La Riforma dei Campionati

TAVECCHIO: UNA RIFORMA CHE NON…RIFORMA

 

Nel passaggio – un po’ brusco e repentino – dalla “madre di tutte le riforme” a una sorta di utopia consacrata, la riforma proposta dal Presidente Tavecchio sembra aver perso molti di quei contatti con la realtà che rivendicava, finendo per caratterizzarsi come un’idea che sembra sia stata formalizzata con il solo obiettivo di ricercare consensi attraverso la formula ben nota del “vantaggi per tutti”.

 

È una riforma fatta col bilancino elettorale, dove con la semplice promessa di qualche contributo di mutualità in più si ipotizza di ipotecare un rilevante pezzo di futuro del nostro calcio. Si fanno “sparire” club e posti di lavoro (calciatori, tecnici, dirigenti e collaboratori vari…), si mortificano territori e tessuti socio-economici, con una tale semplicità da rendere evidente che non vi è stata alla base alcuna ponderazione, alcuna analisi, alcuno studio di fattibilità.

 

È una riforma non nuova, ma già sbattuta su tavoli federali da qualche suo strenuo fautore più interessato agli interessi corporativi che a quelli di sistema. Una riforma che non è piaciuta allora per i medesimi motivi per i quali non piace oggi, ma che, per la solennità programmatica con la quale è stata rieditata in questi giorni, si caratterizza più come un tentativo di ripercorrere le vecchie e superate – o smascherate – logiche del “panem et circenses” già messe alla berlina da Giovenale.

Per quanto sbagliata sia nel metodo (imposta e non studiata) che nei tempi (improvvisata a uso e consumo delle consultazioni elettorali) è una riforma che non quadra soprattutto nel merito delle presunte soluzioni proposte.

 

È una riforma che è irrealizzabile dalla sua stesura, con valori numerici che non stanno in piedi, con presupposti normativi del tutto contra-legem e con un vulnus causato al sistema ben superiore ai supposti vantaggi che vogliono apportarsi. Un’idea che si è piegata all’interesse particolare di raccogliere consensi e non di proporre soluzioni attuabili e concertate.

 

Questa riforma è destinata a…non riformare, mostrandosi come panacea per tutti i mali ma che finisce per perdersi nel fumus : essa non permette di essere “realisti e concreti” sul piano programmatico, né tantomeno di fare riferimento a “risorse effettivamente disponibili, piuttosto che a quelle che si vorrebbe fossero disponibili” .

 

Il totale affidamento a elementi di ordine quantitativo anziché qualitativo rende la riforma inappropriata, precaria e causa di forte conflittualità e instabilità nel sistema.

 

Quattro i piani di criticità che si evidenziano:

 

 

1. POLITICO

 

Appare davvero curioso e paradossale che il Presidente inserisca l’idea di riforma del format di una rilevante fetta del calcio nazionale (dalla Serie A alla Serie D) tra  quelle che “non dipendono dal Presidente Federale né dalla sola Federazione ma richiedono il decisivo apporto di altre volontà” ma poi presenti in concreto una bozza già conosciuta (e senza riscontri positivi) nella quale non vi è una logica metodologica, tanto nell’analisi delle problematiche che nell’effettiva capacità risolutiva, né tantomeno nelle modalità di distribuire “i grandi vantaggi di fronte a piccole rinunce”.

 

Questo progetto, del resto, rigetta dichiaratamente gli “approcci progettuali” e la sua “funzione di sistema”, stabilizzandosi sul concetto di fondo – irrealizzabile per i motivi che dopo si diranno – di ridurre sul piano numerico i club al fine di garantire una (del tutto velleitaria) migliore distribuzione delle risorse ai rimanenti. Tale riforma viene calata dall’alto e come tale, essa comporterà inevitabilmente l’irrigidimento e le tensioni delle componenti, del tutto private della loro autonomia e di tutte quelle prerogative in materia di ordinamento dei campionati che sono loro garantite dallo Statuto.

 

Questa riforma interviene pesantemente nel quadro sportivo e negli equilibri delle varie categorie, sottovalutandone gli effetti sul piano sportivo ed economico, proponendo di ridurre la sfera professionistica di 22 club (2 in B e 20 in Lega Pro) e di ridurre promozioni e retrocessioni tra Serie A e Serie B con evidenti e negativi impatti sulla qualità delle due competizioni.

 

Pur non volendo necessariamente pensare a una finalità di pura salvaguardia del consenso elettorale garantitogli dalla Lnd, che peraltro merita tutta la nostra attenzione e collaborazione, viene da chiedersi quali siano le “piccole rinunce” che sono richieste alla Serie D tali da giustificare l’erogazione dell’ipotizzato contributo (4 milioni). Inoltre, non può ignorarsi – come fa il documento di Tavecchio – l’effetto a catena che si determinerà nei successivi livelli agonistici, con conseguente stravolgimento della vita gestionale di centinaia di club dilettantistici.

 

E’ di tutta evidenza che, contrariamente a quei propositi di “condivisione”, il Presidente abbia scelto la strada dello “slogan”e del gattopardesco cambiamento solo di facciata, nell’intento di sollecitare qualche consenso in più ma, in una prospettiva di breve-medio periodo, dannosa per il sistema.

 

2. NORMATIVO

 

Il disegno presentato si basa su presupposti del tutto contra-legem per quanto riguarda la disponibilità e la destinazione dei fondi promessi quali “vantaggi”. Il Presidente lascia presumere una sua qualche potestas nel poter distribuire e destinare quelle risorse sotto forma di premio o di indennizzo, ma così non è nella realtà del dettato normativo vigente.

 

Il Presidente non potrà disporre di quei fondi: egli non potrà, per legge, mantenere le promesse di utilizzare la quota riservata alla Figc (vale a dire l’1%, più o meno 11 milioni) per “indennizzare” la Lega di Serie B, la Lega Pro (circa 5 milioni ciascuna, pari all’80% di tale dotazione) e finanche la Serie D. Ciò che viene impropriamente definito nel documento di Tavecchio come “proventi rivenienti alla Federazione dal c.d. decreto Fanucci” (in realtà un emendamento al D.L. Fiscale collegato alla Legge di Stabilità 2016 in vigore dal 15 dicembre 2016 di cui Fanucci è primo firmatario) infatti, rientra – al pari del restante 9 % (6% alla Lega Serie B, 2% alla Lega Pro e 1% alla Lnd) – tra i fondi destinati “esclusivamente per lo sviluppo dei settori giovanili delle società, per la formazione e l’utilizzo di calciatori convocabili per le nazionali giovanili italiane maschili e femminili, per il sostegno degli investimenti per gli impianti sportivi per lo sviluppo dei Centri Federali Territoriali e delle attività giovanili della Federazione Italiana Giuoco Calcio”.

 

Per espressa previsione di legge, le fantomatiche “risorse del decreto Fanucci”(ex Fondazione) di fatto non esistono e tanto meno possono andare a costituire quei “grandi vantaggi” per le Leghe. Quei fondi dovranno avere una precisa destinazione e la loro ripartizione dovrà essere sottoposta a rigidi criteri.

 

Non meno che una suggestione si mostra anche la promessa del Presidente di recuperare risorse di provenienza CONI – altri fondi pubblici soggetti a leggi – “funzionali” per sua stessa ammissione alla partecipazione alle Olimpiadi Tokyo 2020, rischiando di determinare un’ulteriore e pericolosissima distorsione della destinazione di fondi finalizzati al potenziamento dell’attività sportiva, per finalità di “indennizzo” economico di provvedimenti di carattere organizzativo e strutturale.

 

3. ECONOMICA

 

La riforma proposta da Carlo Tavecchio, che nelle premesse si propone di “dare stabilità e certezza economica” al sistema professionistico, viene a essere basata invece su presupposti del tutto incerti e imprevedibili.

Quelle che sono indicate come risorse “predeterminate al momento della firma” tali non sono. Ed è di tutta evidenza se si approfondisce la loro natura.

Le risorse di derivazione mutualistica ex Melandri, infatti, non si basano su “minimi garantiti” ma sono indicate solo in termini percentuali (6% Serie B, 2% Lega Pro, 1%  Figc, 1% Lnd) rispetto all’ammontare dei diritti audiovisivi, il cui mercato è del tutto imprevedibile e del quale non possono sottovalutarsi quei preoccupanti segnali di possibile contrazione derivanti tanto dalla congiuntura economica che, non ultimo, da possibili rilevanti cambiamenti del quadro competitivo nel nostro Paese. Alla vigilia dell’avvio delle procedure di assegnazione, come è possibile dare per certi elementi invece ancora lungi dall’essere oggetto di trattativa di mercato?

La medesima incertezza si rileva anche nella presunta disponibilità di fondi  derivanti dal cosiddetto “paracadute” (30 milioni). La volontà dei club di Serie A di privarsi del 50% del budget stanziato e, soprattutto, le modalità di redistribuzione tra le retrocesse, sono condizioni tutt’altro che “predeterminate al momento della firma” e sulle quali il nostro sistema possa, a oggi, fare legittimo affidamento.

 

4. SPORTIVA

 

La riforma così come è pensata, dalla Serie A alla Serie D, produce un notevole impatto sul piano sportivo. Di fronte alla eliminazione nella sfera professionistica di 22 club tra Serie B (due) e Lega Pro (20, in aggiunta ai 30 di qualche stagione fa), essa comporta la creazione di ben 32 nuovi accessi alla Serie D e, addirittura, di una nuova categoria (la “D èlite” a 4 gironi).

Con prudenziale approssimazione, essa comporterà la contrazione di non meno di 550 calciatori di prima squadra, di almeno 2.200 calciatori sottratti ai campionati giovanili nazionali, di non meno di 400 tecnici e 150 figure dirigenziali.

Il contraccolpo sarà certamente molto evidente non solo sul piano occupazionale per i soggetti coinvolti (lavoratori che perdono lo status professionistico e con esso le garanzie contrattuali, la stabilità retributiva e le prospettive professionali) ma anche e soprattutto sul piano della perdita di una rilevante fetta di giovani privata di un’offerta formativa di alto livello quali i campionati nazionali dei club.

Calata dall’alto senza un quadro di riferimento prospettico, si tratta di una semplice “sparizione” di posti di lavoro e di opportunità di crescita sportiva , che certamente non si può pretendere possa essere bilanciata – per qualità – dagli effetti dei Centri Federali Territoriali.

 

5. IMPATTO SUL SISTEMA

 

Forse nel tentativo di tenere insieme un consenso tra le componenti, il piano di riforma non ha un obiettivo ben delineato, non riuscendo a far intuire quei  vantaggi di sistema che devono essere alla base di ogni processo riformatore.

Dal punto di vista della sostenibilità – intesa come equilibrio gestionale e capacità di sviluppare investimenti – i “vantaggi” che si traggono dal punto di vista delle risorse sono di impatto certamente minimo. Non vi è una visione generale, un cambiamento tale da incidere non solo (temporaneamente) sul piano contabile, ma quello del modello di gestione. Le varie componenti sembra debbano accettare questa sorta di “scambio” tra vantaggi e rinunce senza avere oneri o possibilità di incidere concretamente sul piano progettuale.

Senza uno sguardo allargato, questo meccanismo puramente quantitativo (quantum di risorse e numero di squadre) rischia di essere ciclicamente replicato, non concretizzandosi mai come elemento in grado di essere credibile e stabile.

 

 

 

LA RIFORMA CHE VOGLIAMO

 

Per noi la vera “madre di tutte le riforme” è la riforma del calcio, che non  coincide né si esaurisce in quella dei soli campionati. Non sono i valori numerici a risolvere le criticità, ma la ricerca della crescita di tutte le componenti e la qualità del nostro prodotto.

 

A noi piacciano quegli “approcci progettuali” e quelle “funzioni di sistema” che il Presidente Tavecchio non condivide.

 

A noi piacciono tanto le soluzioni condivise, nelle quali ogni componente dia il meglio di sé con responsabilità, di fronte a un obiettivo che sia generale e presupponga il contributo di tutti non solo nella sua fase di ideazione ma anche e soprattutto di ricerca e mantenimento delle condizioni attese.

 

Ecco perché non bisogna lasciarsi prendere dai semplici numeri – magari adattati secondo le necessità elettorali del momento – ma bisogna impattare il tema della “riforma” in una visione allargata e secondo il contributo di due elementi fondamentali:

 

  • il carattere “sistemico”. Ogni azione deve coinvolgere tutte le componenti in un piano realmente organico e, soprattutto, funzionale rispetto all’obiettivo di fondo che è quello di ri-disegnare la struttura del calcio nazionale e non il format dei campionati. Lungi dall’essere elemento di rottura, di divisione, di disaccordo e di tensioni nel sistema – tutti elementi di stress improduttivi e dannosi – il progetto federale deve innanzitutto essere compatibile con una ben individuata e condivisa missione generale, e una altrettanto riconosciuta operatività delle singole Componenti. Con questi presupposti sarà molto più agevole ridisegnare i rapporti – di collaborazione e di servizio in un’ottica generale – collegandoli al ruolo che ciascuna potrà e saprà svolgere.

 

  • l’attenzione all’equilibrio competitivo. Non può affatto essere trascurato l’aspetto sportivo, inteso nella sua proiezione di competitività e attrattività. Ogni variazione deve essere orientata alla salvaguardia – quanto non alla tutela – dell’equilibrio competitivo, avendo cura di ri-disegnare i meccanismi di interscambio tra i vari livelli agonistici, quelli di consistenza numerica e quelli legati a una “solidarietà” di tipo economico, ma in una prospettiva che sia funzionale al sistema, prima che ai singoli attori. Dobbiamo avere come obiettivo quello di ridurre i fattori distorsivi della competizione che condizionano inevitabilmente la qualità del prodotto e, quindi, il suo fascino, la capacità di creare valore e generare fatturati incrementali .

 

Al momento, è necessario aprire una stagione di riflessione, programmata nell’agenda dei contenuti e nella programmazione dei tempi, che sfrutti le ampie capacità di dialogo e di confronto tra tutte le Componenti, soppiantando sul piano metodologico, prima che dei reciproci rapporti, la proposizione di piani calati dall’alto che rendono impossibile il raggiungimento dell’obiettivo.

 

La tematica del miglioramento degli indicatori di qualità del nostro calcio è uno snodo fondamentale ma va affrontata andando a incidere, con un ampio piano di intervento, nel solco tracciato dai tre obiettivi “di sistema” che abbiamo individuato: la sostenibilità, la competitività e la reputazione. Ponendo ogni idea di riforma dei campionati all’interno di questo quadro – accanto ad altre azioni di eguale importanza strategica tra le quali si possono ricordare  il miglioramento infrastrutturale, la valorizzazione dei giovani e la resa economica delle politiche di marketing – possiamo renderla efficace, efficiente e, soprattutto, possibile.

 

Questa linea di pensiero vale per i professionisti, ma anche per i dilettanti – il cui tasso di dispersione comincia a essere preoccupante – che devono essere pienamente coinvolti in questo nuovo modello di sviluppo.

 

Ci piace più l’introduzione del rating che stimola i club a misurarsi sui propri limiti oggettivamente ed esaustivamente rilevati, determinando nel medio periodo una crescita della qualità della propria offerta, rispetto al modello semplificato dei “tagli” indiscriminati. Ci piace più guidare i club verso standard più elevati ed ambiziosi che espellere taluni dal sistema lasciando all’interno altri che non sentono l’esigenza di crescere e di correre verso la modernizzazione.

 

Non possiamo solo pensare di modificare la composizione dei campionati nei quali competono i singoli club se non creiamo prima le condizioni attraverso le quali essi stessi possano riuscire a trovare un equilibrio gestionale (sostenibilità), possano sviluppare progetti tecnici adeguati in una competizione attraente (competitività) e riescano a operare in un contesto credibile e fair (reputazione). I meri cambi format hanno un impatto brevissimo e, senza un binario strategico, il sistema si riadatta alle vecchie abitudini. Non rinunciamo a valutare i costi/benefici in termini di equilibrio competitivo, perché se cala il fascino del prodotto, le risorse si riducono inevitabilmente.

 

 

 

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