Gli Obiettivi Strategici

 

In un’ottica di “servizio” e non di “potere”, tratteggiare le linee programmatiche comporta affrontare tale contesto per la soluzione dei problemi, abbinando all’analisi del quadro di riferimento le soluzioni possibili. Non avrebbe senso, infatti, proporre ipotesi – magari talvolta irrealizzabili proprio perché non frutto di analisi – solo per poter attrarre voti e consensi.

 

La FIGC ha bisogno di strategie e risposte, non di ipotesi di contrattazione.

 

La FIGC ha necessità di un percorso, non di accordi consociativi basati sul tentativo di composizione degli (eventuali) diversi punti di vista.

 

In questa ottica di innovazione, marcando in maniera decisa ciò che si propone di essere come un deciso e netto cambio di passo nell’azione di politica federale, ho, innanzitutto, modificato l’approccio ai vari aspetti gestionali, tanto nella loro evidenza macro che in quella micro rispetto al sistema. Ho puntato su una strategia in grado di delimitare un orizzonte pluriennale, su un percorso programmato e condiviso, sradicando quella semplice gestione dell’ordinario o le soluzioni rispetto alle contingenze.

 

Per questo – partendo dall’esame della realtà – ho individuato tre grandi obiettivi strategici. Sono andato al cuore dei problemi. Ho cercato di ipotizzare per me, per il Consiglio Federale, per la struttura operativa e per il mondo del calcio che vorrà riconoscersi e collaborare, tre grandi target di riferimento per tutto il sistema:

 

  • Sostenibilità
  • Competitività
  • Reputazione

 

 

OBIETTIVO: LA SOSTENIBILITÀ DEL SISTEMA

 

La sostenibilità del sistema è la grande sfida. Per me è la “madre” di tutte le sfide.

 

Favorire e migliorare (costantemente) l’ideale posizionamento di tutti i soggetti sportivi che operano nel sistema calcio italiano in termini di benessere vuol dire assicurare una prospettiva di sviluppo ( e non più di sopravvivenza) reale non solo ai singoli club – espressioni del professionismo d’elite così come del puro dilettantismo passando per le varie gradazioni agonistiche – ma, attraverso la virtuosa filiera che lega tutta la famiglia federale, all’intero sistema. Un sistema che – è bene considerarlo in ogni momento – si muove in un contesto macro ed il cui posizionamento riceve e offre all’ambiente ed ai vari stakeholders continue sollecitazioni.

 

Puntare ad assicurare una sostenibilità al nostro sistema calcio significa sfruttare tutte le potenzialità di una delle prime dieci “industrie” italiane, che conta un giro di affari stimato in 13,7 miliardi, forte di una crescita del 56% nell’ultimo decennio e che ha indicatori positivi superiori al Pil nazionale negli ultimi venti anni. Significa anche tenere in considerazione il forte freno allo sviluppo rappresentato all’eccessivo indebitamento del sistema dovuto dall’ancora preponderante spinta dei costi (4,3 miliardi) rispetto alla capacità reddituale (3,7 miliardi).

 

Siamo un mondo che produce, per sé e per lo Stato (oltre un miliardo di gettito fiscale e previdenziale), ma che non riesce a porsi ancora in una condizione di equilibrio. Un equilibrio che non può essere momentaneo – come quello frutto della messa a disposizione di qualche milione in virtù di improvvisate manovre di contabilità creativa – ma che deve essere strutturale.

 

Strutturale.

 

Strutturale e sistemico.

 

Strutturale, sistemico e di medio-lungo periodo.

 

La sostenibilità che intendo è quella che coinvolge – e travolge per innovare, se occorre – alcuni degli elementi di organizzazione e di gestione del nostro modello di fare calcio. Che renda partecipi e motivate tutte le componenti, in grado di guardare insieme nella stessa direzione in base ad una duratura condivisione e non ad una mera spartizione economica di breve periodo.

 

Si tratta di un obiettivo che comporta un elevato grado di complessità, visto in un’ottica integrata che coinvolge gli aspetti economico-finanziari – a cominciare dal rafforzamento degli indicatori patrimoniali – di pari passo con quelli gestionali ed organizzativi, entrambi pronti poi a supportare la risultante dell’offerta sportiva (competitività).

 

La sostenibilità che intendo si proietta in un modello gestionale che possa consentire ad ogni singolo club – in ciascuno dei contesti competitivi in cui esso si trova ad agire – di avere un corretto rapporto costi/ricavi, una quanto più elevata capacità reddituale, una sempre più rilevante autonomia finanziaria, una capacità di investimenti strategici ed una ottimale capacità di porsi nel suo ambiente di riferimenti con forti legami relazionali a livello economico ma anche e soprattutto sociali.

 

Tutto ciò non si realizza attraverso riforme che pensano di solleticare con qualche milione di contributi in più. Tutto ciò si realizza intervenendo sul “modo di pensare” dei club, dando loro la possibilità di modificare il modello di sviluppo, stimolando un rinnovamento che faccia perno sulla struttura organizzativa e sulle dinamiche gestionali, per concretizzarsi – attraverso strumenti appropriati e progetti moderni – in una serenità economico-finanziaria fortemente condizionata da un quadro reddituale sempre più trasparenze e corretto (Fair Play Finanziario) e più solido perché sempre più radicato negli elementi “caratteristici” (sponsorship e ticketing) rispetto a quelli, comunque da incrementare, “non caratteristici” (diritti tv e mutualità). In questo quadro la sostenibilità che immagino può consentire nuovi investimenti, nelle infrastrutture (stadi e centro sportivi), nella tecnologia, nell’interazione con l’ambiente socio-economico.

 

Il miglioramento dei parametri di sostenibilità del nostro calcio rappresenta una priorità assoluta, insieme alle altre due (competitività e reputazione), per perseguire efficacemente obiettivi di crescita, tanto a livello di Federazione, che di Leghe e di singoli Club.

 

 

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